Ci sono giorni d’autunno in cui i colori caldi della stagione, il delicato abbinamento che rende il foliage un incanto, si scontrano contro un cielo grigio che vorrebbe spegnere tutto in una nebbiolina sospesa.

Un momento forse ideale per ascoltare il richiamo dei piatti autunnali del Ristorante Solferino; per noi la voglia di raccontare invece la città che abbiamo intorno, le sue storie, i suoi monumenti, le leggende e le tradizioni.

E lo Chef Solferino, prima di iniziare la sua domenica di intenso lavoro, si è accompagnato in piazza Solferino e nei dintorni a una giovane artista russa, Elena Ershova, per realizzare un esperimento: provare a raccontare i monumenti senza le foto, ma attraverso le descrizioni dello Chef e le raffigurazioni artistiche di Elena.

Appena usciti dal Solferino, dopo un caffè che fa esplodere presto al mattino tutta la fragranza ed il sapore della miscela torinese, la prima tappa è la splendida e misteriosa fontana dell’Angelica, a pochi metri dal ristorante.

Fu inaugurata il 28 ottobre 1929, realizzata per opera dello scultore Giovanni Riva e fu commissionata del ministro Pietro Bajnotti che, alla sua morte, nel 1919 devolse 150.000 lire perchè venisse costruita a ricordo dei suoi genitori, Angelica Cugiani e Tommaso Bajnotti.

L’installazione avrebbe dovuto sorgere sulla piazza San Giovanni, orientata verso il Duomo, cioè ad est, dove sorge il sole e comunque in un luogo molto importante per le sue coordinate esoteriche.

L’artista torinese, Giovanni Riva, un autodidatta, lavorò di scalpello per sette anni, facendo e rifacendo, volontariamente recluso nella palestra della scuola Silvio Pellico che il Comune gli aveva messo a disposizione i particolari di una fontana che sembrava essere quasi maledetta.

Elena è impressionata dalle due statue maschili della fontana, i due giganti Boaz e Jaquim, che rappresentano i guardiani delle colonne di Ercole, e metaforicamente l’inverno e l’autunno. Boaz rappresenta le tenebre e l’ignoranza, volge lo sguardo ad est dove sorge il sole in direzione di Jaquim, l’altra statua maschile che rappresenta la perfezione, la luce, la conoscenza. Boaz e Jaquim reggono degli otri dai quali sgorga l’acqua che simboleggia la conoscenza con la quale gli esseri umani si abbeverano.

La fontana simboleggerebbe quindi la trasformazione interiore che l’iniziato deve compiere per raggiungere la vera conoscenza, per raggiungere la perfezione.

Un percorso intrigante e curioso tra volti inquietanti, enigmi massonici e simboli esoterici prende vita attraverso il mistero del Portone del Diavolo, gli spettrali dragoni, la leggenda delle grotte alchemiche, per culminare nella donna velata che regge il calice del Sacro Graal, sotto l’occhio attento dei fantasmi più famosi.

La mano di Elena si muove rapidamente sul foglio bianco, costruisce l’immagine con inchiostro, per contrapposizioni, sembra essere la perfetta immagine di quello che racconta lo Chef, quasi ad occhi chiusi.

E mentre l’inchiostro asciuga senza farsi influenzare dall’umidità della nebbiolina, lo Chef rivolge lo sguardo al Teatro Alfieri, uno dei monumenti della cultura torinese.

La vita dell’edificio non è stata facile ed è densa di momenti infausti: subì due incendi, nel 1858 e nel 1927, successivamente, durante la seconda guerra mondiale, i bombardamenti inglesi ed americani danneggiarono nuovamente la struttura.

Il teatro venne ricondizionato e ripristinato completamente nel dopoguerra, dotato di un’ampia platea e di due gallerie.

Negli anni ’60 e ’70 il teatro sperimentò con successo la formula della rivista e dell’operetta, offrendo il suo palco a Erminio Macario, Wanda Osiris, Renato Rascel, Walter Chiari, Ugo Tognazzi, Raimondo Vianello e Sandra Mondaini, Carlo Dapporto, Gino Bramieri, Giorgio Gaber, Gigi Proietti e molti altri.

L’ Alfieri costituiva il riferimento stabile del Teatro Popolare Italiano. Si è raggiunto probabilmente l’apice nel 1957 con l’Otello di Shakespeare interpretato da Vittorio Gassman e Salvo Randone, che si alternavano ogni sera nei ruoli del Moro e di Iago. Una pietra miliare nella storia del teatro italiano.

Ma il racconto dello Chef Solferino si sofferma in particolare su una performance che è rimasta scolpita nei muri del teatro, che ancora oggi aleggia nella piazza: il mito Duke Ellington che con la sua Duke Ellington All Star Orch suona ‘Stompy Jones’ nel concerto torinese del 1958. Un momento leggendario.

Ed Elena, proprio ascoltando della incredibile performance del “Duca”, inizia a tratteggiare l’ampio timpano del teatro, dando forma in pochi minutiad un edificio che sembra essere costruito di parole decantate e di note ripetute.

Lo Chef si blocca, incantato dalla leggerezza del tratto, dalla forza espressiva dell’inchiostro.

Promette ad Elena di tornare presto con lei per le vie di Torino, a raccontare tanti altri monumenti sotto la Mole.

E prima di rientrare nelle rassicuranti sale del ristorante, lo chef si rende conto che Elena è attratta da un altro capolavoro della piazza e questa volta non ha aspettato le parole della sua guida, iniziando come colta da un raptus artistico, a tratteggiare le morbide linee liberty del palazzo “Generali”.

Avete presente il palazzo all’estremo nord di piazza Solferino con il leone alato?
Fu costruito in stile liberty torinese nel 1907, su progetto dell’archistar dell’epoca Pietro Fenoglio, con ricche decorazioni nella cornice superiore.

E chiude le linee prospettiche della piazza, riconducendola verso via Micca, verso i palazzi della centralissima Piazza Castello.