Tra i reperti archeologici più antichi in terra italica va annoverato di sicuro il Marsala, vino arcaico e caduto abbondantemente nel dimenticatoio da decenni; se non da un mezzo secolo e più.

Sulle sue origini si tramanda una storiella rimasticata che ha qualche fondamento, ma che in sostanza riduce una tradizione ben più antica all’intuizione di un singolo commerciante anglosassone: un tale John Woodhouse che alla fine del 1700 ne avrebbe codificato il modello, sulla scorta del profilo stilistico dello Jerez (Sherry in lingua inglese). Non entro nelle sottigliezze della produzione; basti sapere che si tratta di un vino ossidativo, cioè lavorato premeditatamente a contatto con generose dosi di aria (cosa invece proscritta nella realizzazione dei vini “comuni”). Fino agli anni Cinquanta e Sessanta del secolo scorso aveva una sua notorietà e quindi un suo mercato. Poi l’oblio.

La questione principale e forse insormontabile sta nella (apparente) difficoltà o impossibilità di abbinarlo al cibo di casa. Troppo secco per stare con i dolci grassi e burrosi della festa, troppo austero per le paste asciutte, in sostanza troppo caratteriale, troppo duro e salato per i palati comuni, che in genere prediligono i toni dolci e consolatori degli zuccheri.

Un peccato grave. Perché a voler essere aperti e nemmeno troppo sperimentatori, di abbinamenti ce ne sarebbero eccome, alcuni dei quali felicissimi. A cominciare da molti formaggi. Provare per credere, come unico esempio tra decine, con gli erborinati (gorgonzola, roquefort, stilton, et similia). Ma anche, più inaspettatamente, con primi piatti quali la pasta con sardepinoli e uva passa.

I Marsala più rari, quali quelli di De Bartoli o i vertici di gamma della stessa, storica marca Florio, sono senz’altro vini estremi, definitivi, profondissimi, saturanti, ma allo stesso tempo confidenziali, di immediata e solare piacevolezza.

Un conseguimento raro e un patrimonio da preservare.

Da testo di Fabio Rizzari