Quando le colline delle Langhe acquisiscono le splendide colorazioni autunnali che le rendono famose nel mondo e gli echi delle operose vendemmie si spengono, l’inconfondibile fragranza del Tartufo Bianco si impadronisce della campagna piemontese ed i riflettori delle cucine dei ristoranti più famosi del globo, alla ricerca di un testimonial di eccellenza italianissimo.

Anche il Ristorante Solferino rispetta questo “rito pagano” ed offre alla sua clientela la possibilità di essere sedotta da questo particolarissimo fungo, re incontrastato dei boschi.

Pensate che alcuni documenti risalenti alla seconda metà del 1300, testimoniano come la corte piemontese dei principi d’Acaja utilizzasse il tartufo come dono diplomatico.

Anche il Conte Camillo Benso di Cavour fece lo stesso, in ragione di un prestigio sempre più affermato: Gioacchino Rossini lo definì “Il Mozart dei funghi”, Lord Byron riteneva che il suo profumo destasse la creatività e per questo motivo ne teneva un esemplare sulla scrivania, mentre Alessandro Dumas lo definì addirittura “il Sancta Sanctorum della Tavola”.

La storia del Tartufo Bianco svolta definitivamente negli anni ’50 del 900, grazie ad un curioso personaggio entrato nella storia dell’enogastronomia piemontese.

Giacomo Morra, albergatore e ristoratore nato a La Morra, nel cuore della Langa, era un uomo sottile, con il cranio calvo e tondo e lo sguardo acuto; attraverso le fotografie si ricava l’impressione di una persona distinta e sapientemente soddisfatta. Sempre, inappuntabilmente, in giacca e cravatta.

Il suo nome è stabilmente legato alla Fiera del tartufo, che si era inventato alla fine degli anni Venti scommettendo sul suo potenziale evocativo, prima ancora che sulla sua consistenza effettiva, sul mito prima che sulla cronaca.

Per valorizzare questo prodotto a livello mondiale, nel 1949 Giacomo Morra, si inventò il regalo del tartufo più grande ad un personaggio di livello mondiale della politica, dello sport e dello spettacolo. Quell’anno fu scelta l’attrice Rita Hayworth e nel 1951 il presidente degli Stati Uniti Harry Truman.

Il maestro del brivido Alfred Hitchcock, invitato dallo stesso Morra, arrivò ad Alba a gustarlo.

Pochi anni dopo lo stesso Morra spedì un altro grande tartufo a Marilyn Monroe.

L’emozione di un’esperienza, un viaggio nel tempo tra i grandi del cinema mondiale, un dialogo con questo aristocratico principe delle tavole piemontesi.

Era autunno, nel 1961, quando Marilyn mise piede nella capitale delle Langhe, Alba, accompagnata da un gruppo di amici. Alloggiarono all’hotel Savona. L’albergo che Morra aveva rilevato ad Alba negli anni ‘20. Avevano preferito che non si facesse molto clamore, volevano che pochi sapessero che Marilyn Monroe aveva lasciato Hollywood per venire ad Alba a prendere il premio, un tartufo gigante omaggio della città e del suo mentore. Era comprensibile, si sarebbero accalcate migliaia di persone per vederla.

Era stata preparata una festa della consegna.

Aveva fatto preparare un tendone e un piccolo palcoscenico ma prima l’avrebbe portata nei boschi per mostrarle come avviene la ricerca del tartufo: il trifolau Barot e i suoi cani l’avrebbero incantata come in un film, recitando la parte alla perfezione in quel panorama unico sotto il castello accarezzato dalle nebbie e dai colori delle vigne.

Quando arrivò ci fu un sussulto, tutti rimasero muti per qualche secondo poi lei con quella grazia fatale che le apparteneva regalò un sorriso e ringraziò Giacomo Morra e gli abitanti per la calorosa accoglienza; fu felice di ricevere il tartufo dedicatole e soprattutto ringraziò i Trifolau presenti per la magia che la ricerca del tartufo le aveva trasmesso.

Disse: “Erano anni che non facevo una passeggiata nei boschi impegnata tra un set e un salotto, non sapevo più cosa volesse dire, grazie per avermelo fatto riscoprire, me lo ricorderò per sempre, grazie ancora”. Ci fu un attimo di commozione, seguì la premiazione e i convenevoli poi iniziò la festa con balli e canti e con un’ottima carne cruda al tartufo, indimenticabile.