In questi giorni sono tanti in rete gli articoli che ci raccontano l’esperienza professionale di un grande chef, tanto grande da essere insignito di ogni onorificenza possibile., non più tra noi.

Joël Robuchon è stato lo chef più stellato del mondo e ha gestito diversi ristoranti gourmet nelle città di tutto il mondo, tra cui Parigi, Bangkok, Las Vegas e Hong Kong.

È stato nominato “chef del secolo” dalla prestigiosa guida di ristoranti Gault et Millau nel 1990 e ha ricevuto in totale 32 stelle Michelin in carriera.

Ha formato e guidato alcuni dei più noti chef contemporanei, tra cui Michael Caines, Éric Ripert e Gordon Ramsay, con i quali ha lavorato a Parigi.

Ma da amanti della cucina e della ristorazione ci siamo chiesti cosa facesse davvero la differenza, cosa ha portato un uomo che si è formato sulle basi della cucina francese, con le sue carni il suo uso del burro, ad essere folgorato da gusti e sapori scoperti in Giappone e a sperimentare in maniera tanto ardita la cucina vegetariana

Cosa lega il maestro del pure di patate, nella sua più alta è sublime versione, al genio della gelatina di caviale?

Divorando le sue interviste, i suoi video, leggendo e rileggendo le sue ricette, ci sembra che due aspetti in particolare siano la prova della sua grandezza: innanzitutto l’umiltà, derivata da una gavetta iniziata in seminario, in cui si è innamorato della gestualità della cucina semplice; la maturità e l’esperienza che hanno vestito questa semplicità con ingredienti magistrali.

Il secondo aspetto è “il cuore”: chiedeva spesso ai suoi giovani chef se avrebbero cucinato la medesima cena a mamma e papà, o ad amici e fidanzati.

In un mondo in cui la cucina è diventata un grande affare, un virtuosismo complicato, sentire e ricordare il sentimento che muoveva i piatti di un uomo dal talento indiscusso, spiega la differenza e soprattutto la sua infinita grandezza.

Esisteva la cucina, poi con Joel era arrivata una magia, nascosta nelle sue creazioni. Dopo di lui inevitabilmente qualcosa mancherà.